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Rassegna Stampa
LA FAVOLA DEL VINO BIOLOGICO
di Paolo Pittaro
greenplanet.net
Sull'onda
emotiva del biologico, un paio d'anni fa, qualcuno
ha tentato di mettere in commercio il "vino
biologico". Il messaggio truffaldino è
peraltro subito rientrato, in quanto il vino
biologico non esiste. Esiste semmai, con tutte
le riserve del caso, l'uva biologica. La legge
non ha mai autorizzato la dicitura "vino
biologico". Perbacco, durante la fermentazione,
nei vini normali e nei sedicenti biologici si
sviluppano in ugual misura circa duecento milioni
di fermenti per ogni millilitro, più
un'altra pletora di batteri, enzimi e quant'altro,
senza distinzione alcuna tra i due vini. Più
biologico di così!
Se il vino non biologico fosse inquinato da
"pesticidi" non fermenterebbe, resterebbe
mosto da buttare. Cerchiamo di dare una spiegazione
al problema, di modo che il lettore possa farsi
una sua opinione senza cadere nelle trappole
dei venditori di fumo.
Il problema sta in questi termini. Senza trattamenti
non si fa uva. Senza concimazioni si fa poca
uva. Le concimazioni chimiche si fanno con sali
minerali. Le fanno tutti. Le concimazioni organiche
(letame), le fanno in pochi. Qui l'intralcio
arriva spesso dalla legge che stabilisce l'intervento
dell'Azienda sanitaria per analizzare il terreno
e per controllare se in quel terreno si può
spargere lo stallatico. Poi, per trasportare
lo stallatico da un Comune all'altro, ci vuole
l'autorizzazione del sindaco.
Per i concimi chimici non serve nulla. Evviva
le facilitazioni per il biologico!
Arriviamo ora al problema più grosso.
I trattamenti contro la Peronospora e l'Oidio.
Per l'oidio non ci sono problemi biologici.
Tutti trattiamo con zolfo, in polvere o sciolto
in acqua. Resta la peronospora. Qui la cosa
si fa complicata. Contro questa malattia esistono
due sistemi per combatterla. O con solfato di
rame, o con principi chimici, di diverso grado
di veneficità.
Il solfato di rame, o poltiglia bordolese, viene
usato da quando è comparsa la malattia,
ossia dalla seconda metà del 1800.
Il solfato di rame viene mescolato con la calce.
Si trattano le foglie delle viti e i grappoli,
che restano imbrattati del prodotto. Le sostanze
chimiche si sciolgono in acqua e con appositi
atomizzatori vengono sparse sulle foglie o sui
grappoli. Ci sono sostanze ad elevata tossicità
e a bassa tossicità. Le leggi favoriscono
quelle a bassa tossicità, a basso impatto
ambientale, dando anche contributi a chi le
usa. Sono meno efficaci, necessitano di trattamenti
più frequenti, non danno la sicurezza
assoluta. Si degradano in breve tempo e quasi
scompaiono. Quelle più tossiche curano
meglio, ma lasciano maggiori residui sull'uva.
Qual è, allora, l'uva biologica? Quella
prodotta con trattamenti di zolfo e di solfato
di rame! Ma noi ci chiediamo: è giusto
così? A prima vista tutti rispondono
con un netto "sì".
Ma noi vogliamo andare più a fondo. La
poltiglia bordolese è vecchia di circa
130 anni. Sperimentatissima, efficace. In fondo
è un sale fatto con acido solforico e
con rame, neutralizzati con calce. È
tradizionale, quindi è adatta per il
biologico?
Nemmeno per sogno. Non è vero che tutto
ciò che è tradizionale è
igienico e da imitare. Anche il solfato di rame
è un metallo pesante come il piombo,
si accumula nei tessuti e non viene eliminato.
Ergo, l'eccesso è un gran veleno.
E allora? Pochi trattamenti con solfato di rame
lasciano pochi residui. Pochi trattamenti con
sostanze chimiche a bassa tossicità lasciano
pochissimi residui. Usiamo la testa e ascoltiamo
la scienza. Non esiste il vino biologico. Anzi,
il vino è tutto biologico
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